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“CI VOGLIAMO VIVE E LIBERE”, LOTTO MARZO FEMMINISTA CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE E DI GENERE

Maria, Sharon, Maria, Victoria, Roberta, Tiziana, Teodora, Sonia, Ilenia, Piera, Luljeta, Antonia, Lidia, Clara, Deborah, Rossella sono state uccise dai loro mariti, compagni, ex partner. Sono loro le sedici donne assassinate da inizio anno, nella tragica conta dei femminicidi[1]. Ma questa è solo la punta dell’iceberg della violenza maschile sulle donne e della violenza di genere. Una punta che spesso ancora fatica a emergere per quello che è – si tratta di femminicidi, non di “raptus di follia”, di “troppo amore” – sommersa com’è dall’oceano di cultura patriarcale e di violenza di genere che è strutturale alla nostra società.

Fonte: the bottom up

Da qui alla fine dell’anno più di cento donne saranno state uccise, altre migliaia[2] di donne saranno state stuprate, aggredite, molestate, fatte oggetto di victim blaming & shaming[3], centinaia di migliaia minacciate, rese bersaglio di revenge porn[4], di foto di genitali non richieste, di stalking, fotografate e riprese senza consenso, palpeggiate, milioni subiranno catcalling[5], contatti non voluti. Non numerabile il numero di “battute da spogliatoio”, di scherzi sessisti, insulti che ognuna di queste donne sentirà. E stiamo parlando solo dell’Italia e solo della violenza fisica a sfondo sessuale.

Ma la violenza di genere – che quindi colpisce anche le soggettività LGBTQI+, in virtù della loro identità di genere e sessuale non conforme al binarismo uomo/donna funzionale alla norma eterosessuale – è strutturale, abbiamo detto, è sistemica. «La violenza maschile contro le donne attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite, si articola, autoalimenta e riverbera senza sosta dalla sfera familiare e delle relazioni, a quella economica, da quella politica e istituzionale, a quella sociale e culturale, nelle sue diverse forme e sfaccettature come violenza fisica, sessuale e psicologica. Non si tratta, dunque, di un problema emergenziale, né di una questione geograficamente o culturalmente determinata» (Non Una di Meno, Abbiamo un Piano, p. 6).

Quando c’è un problema strutturale, esso viene alla luce con tanta più forza nelle situazioni di crisi, in quelle situazioni in cui le pur inadeguate misure di risposta, di welfare sociale saltano o vengono sospese. Ciò è accaduto e continua ad accadere nell’attuale crisi pandemica, come evidenziato anche dall’Unione Europea nella sua relazione sulla prospettiva di genere nella crisi COVID-19.

Si potrebbero riportare molti dati a riguardo, ciascuno in riferimento a ogni ambito che rende sistematica la violenza di genere: l’aumento della violenza domestica durante il lockdown e le difficoltà dei Centri Anti Violenza, la forte compromissione, se non addirittura l’attacco ai diritti legati alla salute sessuale e riproduttiva, l’assenza totale delle donne nelle sedi decisionali in materia di COVID-19, l’aumento del lavoro domestico non retribuito dovute alle chiusure scolastiche, allo smartworking e le ripercussioni sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata.

Proprio sul lavoro, sulla sfera economica, è importante soffermarsi per cogliere appieno le contraddizioni inerenti alla violenza di genere. La pandemia, infatti, ha travolto i settori socio-sanitari e di assistenza sanitaria che sono altamente femminilizzati (in Europa il 76% del personale dei servizi sanitari e sociali e l’86% del personale che presta assistenza alle persone è costituito da donne). Le donne sono indispensabili. Le donne, però, sono anche al contempo le più sacrificabili, rappresentano infatti il 99% delle persone che hanno perso il lavoro nel 2020. E la situazione si fa ancora più grave se s’inizia ad analizzare questo universale astratto “donna” con le lenti dell’intersezionalità: sono infatti le donne migranti, razzializzate, giovani, precarie, trans, lesbiche, queer, sex worker, con disabilità, senza fissa dimora, in condizioni di povertà o a rischio povertà a pagare maggiormente le conseguenze della crisi, che altro non è che l’apice di un’oppressione stratificata e costante.

Stando così le cose, allora l’8 marzo non è un giorno di festa, ma di lotta, una lotta che sceglie la forma dello sciopero globale delle donne, riappropriandosi così della storia di questa data – che prende vita dagli scioperi delle operaie durante i primi anni del Novecento – e di una pratica che è alle origini del movimento femminista. Rilanciato nel 2017 dalle femministe argentine della rete Ni Una Menos, lo sciopero transnazionale mina e rende visibili i rapporti di potere che permeano la nostra società, lungo tre assi: vita, (ri)produzione e autodeterminazione. In Italia è la rete Non Una di Meno ad organizzare ogni anno la mobilitazione:

“Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo! […] Uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi”.

Lotto marzo è oggi ancor più necessario per far esplodere le contraddizioni di una società eterosessista, classista, razzista, antropocentrica che la pandemia di COVID-19 ha reso evidenti…e per cambiare tutto. Lotto marzo è necessario perché, per riprendere lo slogan di Nudm, “ci vogliamo vive, libere e felici”.

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[1] Fonte: Casa Internazionale delle donne

[2] I dati che seguono sono stimati sulla base del report 2019 della Polizia di Stato “Questo non è amore”. I numeri sono sicuramente al ribasso, dato che non tutte denunciano e prendono in considerazione solo maltrattamenti, stalking, violenze sessuali, percosse. Solo a titolo di esempio, nel mese di marzo 2019, in media, ogni 15 minuti è stata registrata una vittima di violenza di genere di sesso femminile: fanno 88 donne ogni giorno, per un totale di 32.120 donne all’anno.

[3] Victim blaming & shaming: fenomeno che consiste nello spostare la colpa dall’aggressore alla vittima, che viene stigmatizzata, colpevolizzata e ritenuta responsabile dell’accaduto (in parte o del tutto).

[4] Revenge porn: si verifica quando immagini intime che erano state precedentemente catturate o inviate con il permesso della persona (in questo caso parliamo del cosiddetto sexting), vengono trasmesse a un pubblico più ampio senza il suo consenso.

[5] Catcalling (o street harrassment): molestia verbale consistente in commenti sessualizzanti che vengono fatti da sconosciuti per strada, dal “ciao bella” al fischio di apprezzamento, dalla suonata di clacson alle volgarità più esplicite che gli sconosciuti si sentono in diritto di rivolgere alle donne.

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